A proposito del riequilibrio energetico . . .
di Claudio Girella


Cari amici,
 abbiamo voluto e creato uno spazio con questo titolo, nel nostro nuovo sito, ed ora . . . al lavoro, dobbiamo riempirlo!
Avendo io dedicato da sempre molto tempo alla conoscenza e sperimentazione in vari campi ad esso direttamente o in qualche modo collegati (ma in fondo, tutto lo è…) ho accettato con entusiasmo di partecipare.
Per questo ho proposto una mia collaborazione (colta al volo dalla nostra inesauribile Maria Grazia Lopardi), relativa ad incontri periodici durante i quali svolgere anche attività di tipo pratico.
Ma nello scrivere una breve presentazione (vedi Essere sul sito) dell’attività proposta mi sono trovato a vivere un dubbio: quale obiettivo della presentazione era più utile? chiarire le idee, o lasciarle vaghe?
Perché questa domanda, così paradossale? Se ne potrebbe parlare veramente a lungo, e mi piacerebbe che fosse magari un argomento di confronto nel Forum che i nostri “Angeli del Web” si stanno apprestando a mettere in linea.
Intanto, voglio motivarla riferendomi agli aspetti più strettamente energetici.
Che cosa intendiamo per “riequilibrio”? Evidentemente: risolvere uno squilibrio! Ma cos’è uno “squilibrio”?
- Una malattia?
- Un limite all’espressione del nostro potenziale?
- Una situazione fisica che induce stati d’animo sgradevoli, dal semplice fastidio alla paura di morire?
- Un qualcosa d’indefinibile, che comunque preferiremmo non avere?
Tante possono essere le definizioni, più o meno scientifiche, ma tutte orientate al rifiuto dello squilibrio, che è visto come un fattore indesiderato, spesso proveniente dall’esterno, e associato ad una propria incapacità di farvi fronte.
Non è così. Non è così!
La situazione cronica di squilibrio in realtà non esiste, perchè non è reale la nostra incapacità.
Siamo noi Uomini, o meglio il nostro ego, che nel percorso attraverso la dualità, abbiamo costruito una serie di riferimenti fittizi, o “parametri di controllo”. Con essi abbiamo sopperito alla mancanza di certezze dovuta al non esserci ancora riappropriati della nostra natura divina.
Mentre lo “squilibrio” è in realtà l’espressione più funzionale che il nostro corpo ha generato per interpretare nella realtà fisica ciò che Noi abbiamo deciso di essere in quel momento del nostro percorso.
Ma allora, che fare? Tenerci lo squilibrio, o come vogliamo chiamarlo?
Questo no: è proprio la percezione del “qualcosa che non va” che ci suggerisce di intervenire.
L’attenzione va posta sul metodo.
Se noi ci attiviamo per togliere il disturbo, commettiamo lo stesso errore che sta facendo spesso l’omeopatia (copiando in questo l’allopatia): porre troppa attenzione, fino a concentrarvisi, sul disturbo. Certo, con metodi diversi e meno invasivi, energetici e non chimici. Ma che vengono depauperati da un atteggiamento superato: cercare un risultato tangibile (immediato).
E così si seguita a perdere l’occasione per “Conoscere se stessi” (ricordate?), tramite quell’ottima opportunità fornita dalla malattia, o semplicemente dal disagio, o dall’emozione “negativa”, o da qualsiasi cosa non desiderata: anche un semplice contrattempo!
Perché la sensazione che le cose non vanno dove noi vorremmo, ci può dare la percezione e la misura del nostro ego. E il vero cammino spirituale è la conoscenza dell’ego. Non l’eliminazione! La conoscenza dell’ego.
Detto con le parole di Rumi (Poeta Persiano del XIII° secolo):

“Il vostro compito non è cercare l’amore ma, semplicemente, cercare e trovare dentro di voi tutte le barriere che avete costruito contro di esso”

A questo punto bisogna davvero “riprendere fiato”, cioè fermarsi e, respirando, lasciar entrare lo Spirito.
E ogni volta che, consapevolmente, lo faccio mi riempio di commozione, e vengo a contatto con la percezione dell’Amore universale (etimologicamente: A_more = mancanza di morte, cioè “Vita”)
Cos’è successo? Mi sono concesso una pausa dal “fare” entrando un attimo nell’ “essere”. Per un attimo ho lasciato le illusioni del tempo e dello spazio per essere nel qui ed ora, nel mio proprio Tempio.
E già questo, anche se non mi “guarisce”, mi dà la consapevolezza che “posso guarire”, che “voglio guarire”, che “guarirò”.
A questo punto la tecnica può essere utile.
A questo punto, la condivisione energetica con gli altri può essere molto utile.
E lo saranno senz’altro.
Senza queste consapevolezze si corrono dei rischi . . . l’equivalente energetico delle malattie “iatrogene”.
Cioè, lo squilibrio incriminato, sembra che si risolva, mentre semplicemente si sposta su altri livelli energetici, che non sono accessibili alla nostra percezione.
Si può spostare su altri livelli di coscienza, su realtà alternative, su altre persone, nel passato o nel futuro, e molto probabilmente seguiterà ad agire da posti molto meno facilmente individuabili.
Queste parole non vogliono essere terrorismo, ma al contrario affermare che le tecniche energetiche funzionano, e proprio per questo devono essere associate alla funzione primaria del disagio: individuare il punto del percorso dove l’ego ha prevalso inducendo scelte non evolutive, e accettare invece il percorso di consapevolezza sano, liberando così anche tutte le conseguenti implicazioni karmiche. E qui la tecnica che comanda è quella che Celestino conosceva bene: l’energia del Perdono!
da Cuore a Cuore, Claudio Girella
13 ottobre 2008            
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